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Il Riabilitatore comportamentale: cosa fa davvero e perché non è quello che molti pensano

Il riabilitatore comportamentale non lavora su cani che devono imparare qualcosa. Lavora su cani che, spesso, non sono più in grado di apprendere in modo funzionale, anche grazie alla collaborazione dei proprietari

Negli ultimi anni il mondo della cinofilia ha vissuto una crescita importante. Sempre più persone si avvicinano a percorsi educativi, corsi, incontri online e sempre più spesso si sentono parole come educatore, rieducatore, riabilitatore comportamentale.

Eppure, paradossalmente, più questi termini diventano diffusi, più vengono confusi.

Nel linguaggio comune si tende a usare queste definizioni come se fossero equivalenti, intercambiabili, quasi fossero semplicemente una sorta di parole che in realtà indicano lo stesso lavoro. Non è così. E questa confusione non è innocua perché crea aspettative sbagliate, porta a interventi inadeguati e, soprattutto, danneggia i cani.

Per capire davvero cosa fa un riabilitatore comportamentale, e perché il suo lavoro è così complesso, bisogna partire da qui: dalle differenze.

Educatore, rieducatore, riabilitatore: non sono sinonimi

L’educatore cinofilo è la figura con cui, idealmente, ogni proprietario dovrebbe entrare in contatto fin dai primi mesi di vita del cane. Il suo lavoro è costruire basi solide mediante la corretta comunicazione, una giusta relazione, e maggiori competenze di gestione.

Si lavora su numerosi comportamenti come il seduto, il resta, il richiamo, la condotta al guinzaglio, e tanto altro non tanto perché il cane deve ubbidire, anche se ovviamente vogliamo che accada anche questo, ma anche e soprattutto per insegnare al cane ad orientarsi verso il proprietario, cioè a considerare il proprietario una guida che sa sempre cosa sia giusto per lui. Si lavora sulla socializzazione, sull’esposizione corretta agli stimoli, sulla prevenzione.

In altre parole, l’educatore lavora per fornire al cane una base solida di conoscenze e lo fa in un periodo della vita in cui il cane può apprendere con relativa facilità e ancora non si sono manifestati problemi comportamentali.

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Il rieducatore entra in gioco quando qualcosa ha iniziato a incrinarsi. Il cane ha sviluppato comportamenti disfunzionali, ma non siamo ancora in un quadro patologico strutturato. Per comportamenti disfunzionali intendiamo per esempio, tira al guinzaglio, abbaia quando vede altri cani in passeggiata, fatica a gestire certi contesti, reagisce in modo eccessivo a determinati stimoli ambientali e così via. Se il cane esprime questo tipo di comportamenti ci sono ancora margini per un corretto intervento di rieducazione perché si interviene modificando comportamenti appresi, costruendo alternative, riorganizzando la gestione.

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Il riabilitatore comportamentale, invece, fa un lavoro totalmente diverso.

Quando si parla di riabilitazione, si parla di disturbo

Il riabilitatore comportamentale non lavora su cani che devono imparare qualcosa. Lavora su cani che, spesso, non sono più in grado di apprendere in modo funzionale.

Parliamo di soggetti con:

  • aggressività strutturata;
  • paure profonde o generalizzate;
  • ansia da separazione invalidante;
  • comportamenti compulsivi;
  • stati cronici di stress;
  • storie di deprivazione o traumi

In questi casi, il comportamento che vediamo non è il problema: è il sintomo. Lo stato emotivo è alterato, il cane ha una percezione distorta dell’ambiente e una soglia di attivazione che non gli permette di elaborare ciò che accade in modo equilibrato.

Ed è per questo che la riabilitazione comportamentale non è addestramento. Non si tratta di insegnare “cosa fare”, ma di rendere il cane capace di imparare cosa fare in determinate situazioni.

Un lavoro invisibile: emozioni, soglie, percezioni

Gran parte del lavoro del riabilitatore non è immediatamente visibile e chi non lavora in questo ambito spesso fatica a comprenderlo.

Non si tratta di ottenere un seduto perfetto o una condotta impeccabile. Il riabilitatore comportamentale lavora su elementi molto più sottili e profondi:

  • il livello di attivazione (arousal);
  • la velocità con cui il cane passa da uno stato neutro a uno reattivo;
  • la capacità di recupero dopo uno stimolo;
  • la percezione stessa dello stimolo.

Un cane che reagisce con aggressività abnorme, ad esempio, non è semplicemente un cane aggressivo. È un cane che interpreta una situazione come minacciosa e non ha strumenti alternativi per gestirla.

Il lavoro del riabilitatore è modificare, nel tempo, questa interpretazione. E questo richiede precisione, tempo, coerenza.

Riabilitare i cani non è un mestiere che si improvvisa

C’è un altro punto su cui è necessario essere estremamente chiari: la riabilitazione comportamentale non è un ambito in cui ci si può improvvisare:

  1. Non basta avere esperienza con i cani
  2. Non basta aver fatto qualche corso
  3. Non basta la passione

Al contrario, servono anni di studio.

Un riabilitatore comportamentale serio ha una formazione solida in:

  • etologia
  • teoria dell’apprendimento
  • neuroscienze
  • fisiologia dello stress
  • comunicazione del cane
  • psicopatologia comportamentale

A questo si aggiungono percorsi specialistici, supervisione, aggiornamenti continui e, soprattutto esperienza diretta su casi reali, perché ogni cane è diverso. Ogni storia è diversa, ogni protocollo va adattato, calibrato, modificato in corso d’opera. Non esistono ricette universali.

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Un lavoro di squadra fra professionisti: il riabilitatore e il veterinario comportamentalista

Un altro aspetto fondamentale, spesso sottovalutato, è la collaborazione con il veterinario comportamentalista.
Quando ci troviamo di fronte a un disturbo comportamentale, è fondamentale una valutazione clinica. In alcuni casi, il supporto farmacologico è necessario. Ed è qui che nasce uno degli equivoci più diffusi tra i proprietari:

  1. Il farmaco non è la soluzione
  2. Non cura il comportamento
  3. Non elimina il problema
  4. Non trasforma magicamente il cane

Il farmaco crea una condizione. Riduce l’ansia, abbassa la reattività, stabilizza l’umore. In altre parole, apre una finestra di opportunità, una finestra in cui il cane, grazie anche all’intervento del riabilitatore comportamentale, può finalmente:

  • non esplodere di fronte allo stimolo
  • restare in una soglia gestibile
  • iniziare ad apprendere

Ma quella finestra va utilizzata! Se non si lavora attivamente con un protocollo riabilitativo, il farmaco da solo non porta a un cambiamento reale. Il farmaco è uno strumento e non una soluzione.

Il successo di un percorso di riabilitazione dipende dai proprietari

Fin qui abbiamo parlato di teoria, di competenze, di approccio. Ora arriviamo alla parte più delicata, e più scomoda. Perché la verità è che il successo di un percorso di riabilitazione comportamentale dipende solo in parte dal professionista. La parte più grande, quella decisiva, riguarda il proprietario.

E qui il discorso cambia tono.

Il momento in cui arrivano al centro cinofilo è già troppo tardi

Nella stragrande maggioranza dei casi, il proprietario si rivolge a un riabilitatore quando la situazione è già compromessa. E con questo intendo che il cane manifesta il problema da mesi, a volte anni e sono stati già fatti tentativi, del tipo:

  • ho seguito i consigli degli amici che hanno i cani
  • ho visto dei video online, su Instagram o su Facebook
  • hanno avuto approcci incoerenti
  • hanno effettuato interventi non adeguati

Il cane, quando arriva al centro cinofilo, ha già consolidato certe risposte. Ha già imparato che quelle strategie funzionano, anche se sono disfunzionali. Ha già accumulato stress, esperienze negative, fallimenti. E a quel punto si cerca in fretta il riabilitatore, anche a Ferragosto (giuro che mi è successo), con una richiesta implicita: risolvere tutto e in tempi rapidissimi.

L’aspettativa del miracolo

C’è un’idea diffusa, spesso non esplicitata ma chiaramente percepibile: quella del professionista che “aggiusta” il cane in poche sedute e senza stravolgere la quotidianità dei proprietari, e da ultimo senza chiedere troppo perché non si può spendere per il cane.
Come se il problema fosse un guasto tecnico da riparare. Purtroppo, però non funziona così.

La riabilitazione comportamentale è un processo, lento, progressivo, spesso faticoso.

Richiede cambiamenti reali:

  • nella gestione del cane;
  • nelle abitudini della famiglia;
  • nel modo di relazionarsi al cane da parte di tutti i componenti della famiglia.

E qui iniziano le difficoltà.

“Non ho tempo”, “è difficile”, “non riesco”

Chi lavora in questo ambito queste parole le sente ogni giorno. Le giustificazioni sono infinite, ma il senso è sempre lo stesso: il protocollo non viene applicato come dovrebbe.

In genere ci sente dire:

  • Ho provato per un po’ ma non succede nulla
  • Vedremo di adattarci ma non è detto che ci si riesca
  • Abbiamo saltato il protocollo degli esercizi per qualche giorno perché troppo stanchi

E poi si torna alle vecchie abitudini perché più comodo. E il cane il tutto questo, ovviamente, non migliora e quindi le persone arrivano alla conclusione più semplice, ma sbagliata: “non funziona”.

Una verità scomoda

È qui che bisogna essere estremamente chiari, anche a costo di risultare scomodi. Nella maggior parte dei casi, il problema non è il cane, ma la mancata applicazione del protocollo. È l’incoerenza dei proprietari, è la difficoltà, o meglio, la mancanza di volontà del proprietario di mettersi in discussione. Perché sì, la riabilitazione comportamentale richiede una cosa che molti non sono disposti a fare, cioè cambiare.

La frustrazione di chi fa questo lavoro

A un certo punto, dopo anni di lavoro, questa dinamica diventa pesante perché il riabilitatore i vostri cani li valuta e riesce a vedere che hanno in comune un potenziale di miglioramento. E quindi ci si mette alla scrivania, si costruiscono protocolli su misura, per quel cane e per quei comportamenti, si spiega, si adatta, si segue il binomio passo dopo passo.

E poi si assiste allo stesso schema:

  • Le indicazioni non vengono seguite
  • Gli esercizi, se va bene, vengono fatti a metà
  • Continuano ad esserci le incoerenze nella gestione
  • I risultati sono nulli

E siccome i proprietari non si mettono in discussione, la responsabilità la fanno ricadere sul professionista. Vi garantisco che è frustrante, è demoralizzante, perché il riabilitatore sa che se il protocollo fosse messo in atto il cane potrebbe stare meglio, ma non può farlo da solo.

La riabilitazione comportamentale e la sinergia con il proprietario

Questo è forse il punto più importante di tutto l’articolo. La riabilitazione comportamentale non è qualcosa che si può delegare completamente a un professionista.

Il riabilitatore comportamentale ha dei compiti ben specifici:

  • Osserva il cane
  • Analizza i comportamenti
  • Chiede informazioni ai proprietari
  • Costruisce il percorso riabilitativo
  • Guida i proprietari in questa fase della vita del cane

Ma il cambiamento reale avviene altrove. Avviene a casa, nella quotidianità e nelle scelte di ogni giorno. Se il proprietario non applica il protocollo, il percorso si ferma. Lo ripeto: non rallenta, si ferma.

Meno illusioni, più consapevolezza

Forse il problema, alla base, è proprio questo: un’enorme distanza tra aspettative e realtà. Si pensa che basti fare qualche lezione e che il cane impari, come per magia, cambiando immediatamente il suo stato emotivo.

Si pensa che il professionista risolva “la questione” facendo tutto da solo e soprattutto per un’ora soltanto a settimana quando si va in campo per l’incontro settimanale.

Ma la riabilitazione comportamentale è un lavoro condiviso e richiede:

  • tempo
  • costanza
  • responsabilità
  • capacità di tollerare i progressi lenti

La riabilitazione comportamentale non è una scorciatoia, non è una soluzione rapida, e soprattutto, non è magia, ma se messa in atto, così come raccomandata da noi professionisti, può fare la differenza.

L’importanza del riabilitatore comportamentale

La figura del riabilitatore comportamentale è complessa, strutturata, profondamente radicata nella scienza del comportamento. Richiede anni di studio, esperienza, aggiornamento continuo e una collaborazione stretta con il veterinario comportamentalista, quando necessario.

Ma, più di ogni altra cosa, richiede un proprietario disposto a fare la propria parte. Perché il punto è questo, ed è inutile girarci intorno: si può costruire il miglior protocollo del mondo, ma se resta sulla carta, non cambierà nulla e il cane continuerà a vivere male mostrando lo stesso problema e purtroppo, finendo anche, se non il più delle volte, dentro un canile o abbandonato da qualche parte, e non perché non esista una soluzione, ma perché nessuno, davvero, l’ha messa in pratica così come gli era stato richiesto.

Cinzia Cecconi
Riabilitatore Comportamentale