Ogni volta che un fatto di cronaca scuote l’opinione pubblica, una domanda riemerge inevitabilmente: esistono davvero i cani pericolosi? Quasi sempre, poi, la discussione scivola verso la necessità di compilare una lista di cani pericolosi come se bastasse un elenco di razze per mettere ordine a qualcosa che, in realtà, è molto più complesso.
La notizia di pochi giorni fa – la condanna dei proprietari dei tre Rottweiler per un’aggressione avvenuta 2 anni orsono in provincia di Roma, che ha causato la morte di un runner che correva accanto alla loro proprietà – riaccende il dibattito su due piani: quello emotivo, ovviamente comprensibile, e quello pratico, cioè come si previene davvero il rischio e di chi è la responsabilità.
La normativa italiana, così come molte evidenze scientifiche, convergono su un punto: la questione non è la razza ma la gestione, la custodia, la prevenzione e l’idoneità dell’ambiente in cui i cani di tutte le razze vivono.
In questo articolo affronteremo in modo rigoroso, ma accessibile a tutti, il tema delle razze considerate pericolose, chiarendo perché la pericolosità non è un’etichetta di origine genetica assoluta; spiegheremo la differenza tra aggressività patologica e comportamenti reattivi, spiegando perché alcune razze vengono percepite come feroci e pericolose e dedicando un capitolo completo all’Ordinanza del Ministero della Salute (spesso chiamata Ordinanza Martini) e a ciò che comporta essere proprietari.
La pericolosità non è una caratteristica genetica assoluta
Se per cani pericolosi intendiamo cani nati cattivi, e cioè inevitabilmente destinati ad aggredire, la risposta scientificamente corretta è che NON esiste una forma di “cattiveria” scritta nel DNA che renda un cane pericoloso in modo automatico e costante.
Quello che esiste, e che è molto più utile da considerare, è il concetto di rischio. Il rischio non dipende da un solo fattore, ma dall’interazione di più elementi:
- gestione e controllo (recinzioni, cancelli, supervisione, guinzaglio, gestione e prevenzione degli accessi)
- ambiente (stimoli, territorio, densità di persone e cani nell’ambito casalingo, routine prevedibili o caotiche)
- storia di vita e apprendimento (socializzazione, esperienze negative, rinforzi involontari)
- benessere e stress (frustrazione cronica, mancanza di decompressione, isolamento)
- salute (dolore, patologie non diagnosticate, alterazioni neurologiche)
- capacità del proprietario di leggere i segnali e di prevenire escalation
Un cane fisicamente potente può produrre un danno più severo laddove dovesse mordere e questo aumenta inevitabilmente l’attenzione mediatica. Vi immaginate una notizia di prima pagina dove viene riportato un caso di morsicatura da parte di un Chihuahua? Ovviamente tutti si farebbero delle grasse risate.. Ciò premesso, i chihuahua mordono e lo fanno in misura maggiore rispetto ad un cane di grossa taglia!
Il punto chiave quindi è un altro, e cioè che forza e pericolosità non sono sinonimi. La forza è una caratteristica fisica; la pericolosità è un risultato possibile che emerge quando più fattori di rischio si sommano. Quindi, non esistono cani cattivi per definizione, ma esistono contesti sbagliati e gestioni inadeguate.
Aggressività patologica e comportamenti reattivi: due mondi diversi
Quando si parla di cani aggressivi, la prima cosa da fare è togliere la parola aggressività dal calderone, perché non tutte le forme di aggressione nascono allo stesso modo, così come non si trattano allo stesso modo.
Aggressività patologica
L’aggressività patologica è meno frequente di quanto si creda, ma esiste. Qui l’aggressione può essere associata a condizioni che alterano la soglia di tolleranza del cane:
- dolore cronico
- problemi ortopedici
- otiti
- disturbi neurologici
- patologie endocrine
- stress continuo
In questi casi, intervenire solo con un programma di educazione senza aver prima sottoposto il cane ad una valutazione clinica rappresenta un rischio perché si può peggiorare l’esperienza del cane e aumentare la probabilità di reazioni difensive.
Reattività: la forma più comune, ma anche la più fraintesa
Quello che spesso viene erroneamente etichettato come aggressività è, in realtà, reattività. La reattività di un cane altro non è che una risposta emotiva o appresa. Paura, frustrazione, territorialità, protezione di risorse, scarsa socializzazione, reazioni eccessive al guinzaglio sono alla base di un comportamento reattivo.
Un cane reattivo può abbaiare, irrigidirsi, ringhiare o scattare non perché è feroce, ma perché è in difficoltà e non ha alternative comportamentali consolidate.
Capire questa differenza, modifica anche il messaggio educativo: se si vogliono prevenire i comportamenti reattivi, bisogna lavorare sulla gestione, la prossemica (distanza), sulle competenze, e sul benessere dell’animale. La prevenzione, quella vera, raramente passa da etichette assolute.
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Cani aggressivi e razze pericolose: perché alcune razze vengono etichettate come feroci
La domanda se esistono cani o razze più aggressive delle altre nasce da un’esigenza comprensibile, e cioè prevedere il rischio. Il problema è che la razza, da sola, è un indicatore imperfetto.
Alcune razze vengono etichettate come feroci principalmente per tre motivi:
- Potenziale di danno: taglia e potenza del morso rendono più gravi le conseguenze, quindi più notiziabili.
- Selezione funzionale: alcune razze sono state selezionate per compiti specifici (guardia, protezione, presa, inseguimento). Questo può tradursi in predisposizione a certi comportamenti in specifici contesti.
- Effetto contesto e non gestione: alcune razze vengono purtroppo gestite male proprio perché percepite come cani da deterrenza o da guardia. In genere questi cani non hanno mai potuto avere un’adeguata socializzazione; normalmente vengono sottoposti ad un regime di isolamento (non possono entrare nella casa e rimangono confinati, se va bene, nel giardino mentre se va male sono di giorno dentro una gabbia e di sera lasciati liberi), e per finire non vi è un controllo sufficiente da parte del proprietario, così come spesso le recinzioni presentano delle falle o sono del tutto inadeguate.
Qui la distinzione che salva l’analisi scientifica dalla banalità è una sola: la predisposizione a determinati comportamenti non significa ineluttabilità.
Avere una predisposizione significa soltanto che quel comportamento può essere, con molta probabilità, mostrato in certe condizioni; ineluttabile significa che succederà comunque. La scienza del comportamento non supporta l’ineluttabilità. E infatti, quando si verifica un evento grave, quasi sempre ci troviamo difronte ad una catena di fattori prevenibili.
Quali sono le razze più spesso coinvolte nelle morsicature in Italia e nel mondo?
Quali sono i cani più mordaci? Questa è la domanda che più spesso viene googlata. È sicuramente giusto dare una risposta, ma è ancora più importante rispondere bene.
Esiste una statistica affidabile per razza in Italia?
No, almeno non in forma pubblica, completa e standardizzata. In Italia la raccolta dei dati su morsicature e aggressioni è frammentata su base territoriale: non esiste un archivio nazionale unico che consenta, oggi, di produrre una classifica nazionale aggiornata per razza con criteri uniformi.
Proprio per questo, in tempi recenti, il Ministero della Salute ha richiesto alle Regioni la trasmissione dei dati disponibili, segnalando di fatto la mancanza di un quadro omogeneo. (Anmvi Oggi)
Questo significa che chi pubblica con titoli altisonanti “le top 10 razze più mordaci in Italia” spesso sta usando dati parziali, locali o non confrontabili.
Tutto ciò comunque non vuol dire che non esistano studi italiani (alcuni peraltro sono anche interessanti), ma vuol dire che non possiamo spacciarli come fotografia nazionale aggiornata senza creare disinformazione.
Negli Stati Uniti esiste una casistica principalmente locale e deve essere letta con attenzione
Negli Stati Uniti non esiste un database federale unico e obbligatorio che riporti tutte le morsicature con la razza verificata. Esistono però dei dataset locali molto ampi nonché studi epidemiologici basati su registrazioni ufficiali.
Un esempio particolarmente utile è uno studio peer-reviewed condotto nella contea di “Harris County (Texas)”. Questo studio ha analizzato 6.683 morsicature riportate ai servizi competenti tra 2013 e 2016. In quel campione, la categoria indicata come Pit Bull risulta la più frequente (circa 25,07%), seguita dal Labrador Retriever (circa 13,72%). Lo stesso studio, però, evidenzia limiti importanti: l’identificazione della razza può essere imprecisa e, soprattutto, senza conoscere quante unità di quella razza vivono davvero nell’area (il denominatore), non si può calcolare un vero rischio per razza. (PMC)
Un secondo esempio da citare perché ufficiale e pubblico, è il dataset “DOHMH Dog Bite Data” di New York City, che contiene anche un campo breed (razza). Qui, però, la stessa fonte chiarisce che le informazioni su razza, età e sesso non sono state verificate dall’ente e quindi sono state riportate così come dichiarate (as reported). Questo dato è sicuramente prezioso per delle analisi descrittive, ma va interpretato con prudenza: non è un test genetico ma rappresenta solo una registrazione amministrativa. (catalog.data.gov).
In parole semplici, negli USA si può parlare di razze più spesso presenti nei report di determinate aree, ma non sarebbe corretto trasformarlo in una valida lista di cani pericolosi.
Un confronto con altre realtà internazionali
Risulta interessante anche l’esempio australiano, dove alcune aree pubblicano dei report periodici ufficiali. Nel New South Wales (NSW), il report sugli attacchi registrati nel periodo 1 luglio – 30 settembre 2024 mostra, tra le “Top 20”, una presenza rilevante di categorie come Cross breed (meticci) e, tra le razze più frequentemente riportate, American Staffordshire Terrier (Amstaff), Bull Terrier, German Shepherd Dog (Pastore Tedesco), Australian Cattle Dog (Pastore Australiano).
Spulciando fra i dati riportati da questo bollettino compare anche una quota importante di morsicature riferibili a cani di razza non identificata, confermando quindi un limite strutturale e cioè che non sempre la razza viene attribuita in modo certo. (Office of Local Government NSW).
Come leggere correttamente queste statistiche
Di fatto, descrivono semplicemente le frequenze di segnalazione, e non la cattiveria della razza. Quindi, per prevenire davvero il fenomeno dei morsi anche mortali di alcuni cani, la domanda utile da farsi non è quale razza è cattiva, ma quali condizioni aumentano la probabilità di un evento e come possono essere evitate.

I cani pericolosi: cosa prevede la normativa vigente in Italia
Il punto essenziale è questo: in Italia non esiste più una lista ufficiale di razze pericolose. L’impianto normativo moderno preferisce un approccio basato su responsabilità, prevenzione e valutazione del singolo caso, ed è proprio per questo che l’Ordinanza del Ministero della Salute è così importante.
Quando si parla di “Ordinanza Martini” ci si riferisce all’impostazione introdotta nel 2009 e poi riorganizzata in testi successivi (in particolare l’Ordinanza del 6 agosto 2013), prorogata poi nel tempo. Nonostante le varie proroghe ed aggiustamenti, il concetto guida è rimasto stabile: la sicurezza pubblica non si ottiene demonizzando le razze, ma responsabilizzando chi detiene il cane e definendo regole chiare di gestione del rischio. (Anmvi Oggi).
Cosa significa per i propritari?
La responsabilità non è morale, ma è giuridica e pratica
L’ordinanza ribadisce che il proprietario (o chi detiene il cane) deve garantire il benessere, il controllo e la conduzione dell’animale. In pratica, non basta non voler fare male a nessuno, ma bisogna organizzare la vita quotidiana e gli spazi dedicati al cane in modo da prevenire situazioni potenzialmente pericolose.
Questo punto è importante anche nella narrazione pubblica: la logica dell’ordinanza è coerente con l’idea che il rischio si riduce quando, chi gestisce il cane, possiede competenze e applica misure preventive.
Guinzaglio: una regola semplice ma con impatto enorme
Uno dei pilastri dell’Ordinanza riguarda l’obbligo di condurre il cane con il guinzaglio nelle aree urbane e nei luoghi aperti al pubblico (salvo aree specificamente dedicate). È una regola che molti considerano banale, ma che in realtà è tra le più efficaci per prevenire incidenti: evita che il cane entri nello spazio di altri cani (prossemica), consente di gestire imprevisti come bambini che corrono, ciclisti, rumori improvvisi, ecc.
Museruola: non è uno stigma ma è gestione del rischio
L’ordinanza prevede che il proprietario abbia con sé una museruola (rigida o morbida) e la utilizzi in caso di rischio o su richiesta delle autorità. Questa è un argomento delicato perché culturalmente la museruola viene ancora vissuta come punizione. In realtà, se introdotta bene, è uno strumento di tutela: protegge gli altri, ma protegge anche il cane, perché evita che un episodio comprometta per sempre la sua vita e quella della famiglia.
Nella pratica, la differenza la fa l’introduzione corretta che deve essere graduale, associata a rinforzi, e senza forzature. La museruola, in un percorso ben fatto, diventa come una cintura di sicurezza: non perché deve succedere necessariamente qualcosa, ma perché la vita reale è piena di variabili.
Percorsi formativi: Il patentino
Un’altra idea chiave dell’Ordinanza è che la prevenzione passa dalla formazione. Per questo sono previsti percorsi informativi ed educativi per i proprietari, con attestazione finale (il cosiddetto patentino), organizzati in collaborazione con Associazioni Sportive Dilettantistiche, Enti territoriali e Servizi veterinari. È un passaggio fondamentale, perché riconosce una verità semplice: gestire un cane – soprattutto in contesti urbani complessi – richiede competenze, non solo affetto.
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Dopo un’aggressione o una morsicatura: valutazione e misure mirate
Nei casi di morsicatura o aggressione, il sistema territoriale può attivare percorsi di valutazione del cane e della gestione, con eventuale supporto di professionisti esperti. Il senso non è punire la razza, ma ridurre il rischio futuro con misure concrete.
Cani a rischio elevato: misure più stringenti (e assicurazione)
Per i cani valutati a rischio elevato, possono essere previste misure più rigide, tra cui l’obbligo di polizza di responsabilità civile verso terzi e l’uso sistematico di strumenti di controllo in contesti pubblici. È un impianto coerente: più rischio = più obblighi di prevenzione e tutela.
Divieti: niente pratiche volte a esaltare l’aggressività
La normativa vieta tutte quelle pratiche di addestramento orientate ad implementare l’aggressività come obiettivo. Questo aspetto è fondamentale perché riporta il discorso al punto scientifico: il comportamento aggressivo non è un talento da valorizzare, ma un rischio da prevenire.
La responsabilità è del proprietario e non della razza
Se c’è una frase che unisce scienza e normativa è questa: la responsabilità è del proprietario.
Chi su Google fa una ricerca circa i cani pericolosi e la responsabilità dei padroni trova qui la risposta più concreta: non è la razza ad avere doveri. Li ha chi gestisce il cane.
E questo non è un messaggio contro i cani: è un messaggio a favore della convivenza, perché quando si gestisce bene e con consapevolezza, la maggior parte dei problemi non compaiono neanche.
Cani pericolosi per bambini: la prevenzione e supervisione, e non la paura
Spesso ci sentiamo chiedere quali cani sono pericolosi per bambini. Sebbene il dubbio sia lecito, non ci si può però soffermare solo su quale razza è pericolosa, ma in quali situazioni possono questi cani diventare rischiosi e, soprattutto, come si possono prevenire eventuali incidenti.
Le regole più efficaci sono poche e chiare:
- mai lasciare cane e bambini senza supervisione reale;
- evitare contatti invadenti (abbracci stretti, faccia sul muso, disturbo durante sonno o pasto);
- gestire risorse e spazi (cuccia, cibo, giochi);
- insegnare alternative al cane (“vai al tuo posto”, “lascia”, “vieni”) con metodi coerenti e non coercitivi.
Questo approccio riduce il rischio molto più di qualunque lista scaricata da qualsiasi sito internet.
Prevenire l’aggressività: cosa funziona davvero
Parlare di prevenzione significa parlare di scelte quotidiane. Le strategie più efficaci sono:
- benessere e decompressione (stress e frustrazione cronici aumentano reattività)
- gestione intelligente (distanze, barriere sicure, routine, guinzaglio)
- educazione non coercitiva (insegnare alternative pratiche, non sopprimere i segnali)
- valutazione veterinaria se cambia improvvisamente il comportamento
- museruola introdotta bene quando serve: sicurezza, non stigma
Prevenire l’aggressività, in sostanza, significa costruire un sistema in cui il cane non viene messo costantemente nelle condizioni di dover reagire.
Come interagire correttamente con il cane (anche se non è il tuo)
Molti incidenti nascono anche da interazioni improvvisate. Alcune regole semplici riducono drasticamente il rischio:
- evita l’approccio frontale e invadente;
- non fissare a lungo
- non allungare subito le mani verso il muso
- chiedi sempre al proprietario prima di toccare il cane;
- se il cane appare teso (rigidità, sguardo fisso, ringhio), aumenta la distanza
- se stai correndo, ricorda che la corsa può attivare delle reazioni: rallenta e non fare gesti bruschi.
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Esistono cani pericolosi o contesti pericolosi?
Esistono cani che, in certe condizioni, possono diventare pericolosi, esistono cani decisamente più forti e quindi con un potenziale di danno più alto ed esistono anche delle predisposizioni, ma non esiste una categoria scientifica chiamata cani cattivi valida sempre e per tutti.
Se vogliamo davvero ridurre gli incidenti e la paura, la strada più efficace è un’altra: responsabilità, regole applicate, competenze, prevenzione, benessere. Non solo tutto questo è il cuore della normativa italiana ma è la lezione più utile che possiamo portare a casa dopo ogni episodio di cronaca: non cercare capri espiatori, ma costruire sistemi che riducano il rischio prima che sia troppo tardi.
Cinzia Cecconi
Riabilitatore Comportamentale
Istruttore di City Dog Walk



